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  • Pagine: 136
  • ISBN: 978-1-4478-2085-7

Trama

Una partita di poker la cui posta in gioco è più del denaro. Una corsa clandestina contro una Mustang maledetta. Un padre in lotta contro il destino. A legare queste storie un misterioso personaggio un... collezionista.

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Come nasce il libro

Lacrymosa nasce in maniera molto semplice e naturale: ascoltando della musica. Ogni racconto, infatti, porta il titolo della canzone che ha fatto nascere l'idea.

Il primo racconto a nascere come semplice idea nella mia mente è stato Call me when you are sober. C'è un punto della canzone in cui ho pensato: "Dà quasi l'idea di un terribile incidente." Così ho riascoltato la canzone, e più la riascoltavo, più riuscivo a vedere la storia raccontarsi da sola sotto miei occhi. Lo stesso esordio lo ha avuto Lacrymosa che poi da il titolo al libro.

Haunting e Cloud nine invece sono nati da dei sogni avuti durante la notte. Più che sogni sarebbe meglio definirli incubi, che ho poi reso più cupi.

Circus e Poker face invece sono nati da semplici domande: "Se esistesse un circo maledetto, come sarebbe?" "E se ad una partita a poker mettessi in palio l'anima senza saperlo?" Il resto poi è stato facile, è bastato lasciar andare la mente e le storie si sono scritte praticamente da sole.

La storia sicuramente più triste di tutto il libro è sicuramente Lithium, anche Call me when you are sober è abbastanza triste come racconto, ma scrivere Lithium è stato davvero triste.

Ci sono racconti che mi è piaciuto moltissimo scrivere, in cui mi sono davvero divertita, e questi sono senza dubbio The raven e Whisper. In principio non avrebbero dovuto essere così sarcastici, ma poi mentre li scrivevo, il sarcasmo ha preso il sopravvento, rendendo questi due racconti divertenti, nonostante siano gotici.

Tourniquet, Join me, Funeral song, Not like the other girls e Daffodil lament sono invece nati da una semplice chiacchierata con mio fratello, che lanciando l'idea ha scatenato la mia fantasia.

Ace è una creatura cresciuta racconto dopo racconto, acquisendo le sue caratteristiche, come ad esempio la sua spiccata ironia, talvolta un po' macabra. Benché sia presente in solo la metà dei racconti, Ace è presente come uno spiritello malefico in tutti i racconti anche se non in prima persona. Ace dunque è il burattinaio dell'universo di Lacrymosa in cui ruotano le vicende dei vari personaggi.

Direttamente dal libro

Call me when you are sober

Due fari percorrono l'autostrada. Con una pioggia del genere non è il caso di correre a quel modo, ma l'uomo nella macchina ha un motivo per correre così veloce: deve raggiungere sua moglie e il bambino che sta per nascere. [...] “Padre”, che bella parola, una cosa così bella valeva qualunque prezzo.

Dei fari sopraggiungono dietro di lui, un'auto che ha più fretta di lui a quanto pare, ad una curva lo sorpassa tagliandogli la strada. L'unica cosa che nota poco prima di perdere il controllo dell'auto è la targa personalizzata dell'auto: “Spades”.

La sua auto esce di strada, si capovolge una decina di volte, i pezzi dell'auto finiscono a diversi metri di distanza. Mentre viene sbalzato fuori dall'auto attraverso il parabrezza, nonostante avesse le cinture di sicurezza allacciate [...]. Schiantandosi al suolo sente la frattura di diverse ossa, questa è davvero la fine.

Sembrano passare ore, ma la morte non sopraggiunge, e l'uomo si chiede perché quando sei vicino alla fine questa impieghi tanto tempo ad arrivare. Gli sembra di sentire dei passi, che si fermano a pochi centimetri da lui, vorrebbe voltarsi a guardare, ma il suo corpo non gli risponde. L'estraneo si china verso di lui, non riesce a scorgerne bene il volto.

“Sei messo male amico.” gli dice lo sconosciuto. “Se vuoi posso fare in modo che tutto questo non accada. Posso riportare indietro le lancette del tempo a prima di questo incidente. Per me non cambia molto, ma credo che per te, la tua vita, sia molto importante.” Lo sconosciuto rimane in silenzio per qualche secondo. “Vuoi che lo faccia?”

Con enorme sforzo l'uomo riesce a bisbigliare un si incerto. Lo sconosciuto si rialza, sta per andarsene, poi si ferma un attimo “Ovviamente per questo richiederò da te qualcosa al momento opportuno.” All'uomo sembra di sentire ridere lo sconosciuto, ma dev'essere la sua mente danneggiata che comincia a perdere il contatto con la realtà. Ha sonno. Chiude gli occhi. Quando li riapre si ritrova nuovamente in macchina [...].

Whisper

Una coppia, marito e moglie, entrarono nella hall. L'albergo era un piccolo edificio sperduto tra le campagne ed i boschi che costeggiavano la strada principale. Era un edificio di pietre e grossi travi in legno: un rustico trasformato in albergo. Moody andò a prendere le valigie mentre Jake, il portiere di notte, consegnava loro la chiave della stanza numero 12.

Al quadro delle stanze mancavano già due chiavi: Michael, un uomo sulla trentina in viaggio per lavoro, occupava la stanza numero 7; a Sally, una giovane donna in vacanza, era stata assegnata la stanza numero 23.

Erano le otto di sera e fuori aveva cominciato a piovere. Gli ospiti si erano radunati nella hall dove chiacchieravano amabilmente. Sally parlava con la signora Rose dei suoi progetti per le vacanze. [...] Anche la signora Rose e il marito George erano in viaggio per un weekend al mare. Michael e George discutevano di auto. [...] Il quinto ospite osservava quelle quattro persone intervenendo talvolta nella conversazione.

Non si trattava di un ospite dell'albergo aveva detto loro, ma semplicemente un passante, venuto a trovare i suoi amici: Moody il facchino e Jake il portiere di notte. Si conoscevano da un'eternità aveva detto loro l'ospite con un sorriso. Verso le otto e mezza, il facchino venne da loro dicendo che la cena era servita. Di notte, aveva spiegato Moody, c'era carenza di personale, così lui faceva anche da cameriere, ma non sembrava esserne contento. [...]

Quando gli ospiti si furono seduti a tavola, Moody servì loro la cena [...] per il caffè gli ospiti tornarono nella hall. Il gruppetto si trattenne per un'ora nella hall, intrattenuto dal quinto ospite. [...]

Quando l'orologio batté le dieci, gli ospiti cominciarono a ritirarsi nelle rispettive stanze. Il quinto ospite diede loro la buona notte, dicendo che si sarebbe trattenuto ancora un po' con i suoi amici e poi se ne sarebbe andato. Quando anche l'ultima porta dell'albergo fu chiusa, Jake e Moody si sedettero in compagnia del quinto ospite, il quale li guardò sorridendo e disse

“Si comincia.” [...]

Lacrymosa

Un tonfo e si svegliò. Era stesa su un pavimento a quadri bianchi e neri. Si mise a sedere. Si guardò attorno. La stanza era rotonda. Non c'erano finestre né porte. I muri erano coperti da grandi specchi che partivano dal soffitto arrivando fino al pavimento. Al centro del soffitto pendeva un lampadario a cinque bracci con pendenti in cristallo. Accanto a lei vi erano degli oggetti sparsi: una spazzola, un mazzo di chiavi, un asso di picche, una foglia di edera e una pallottola.

Non ricordava come era giunta fino a lì. Si strinse le ginocchia al petto, osservando gli specchi. Si fissò su uno e subito l'immagine che rifletteva cambiò: era sempre lei, ma si trovava in una camera da letto: stava preparando le valigie in gran fretta, faceva avanti e indietro dalla valigia all'armadio, scrutando la porta della camera. [...]

Chi sono io? Dove sono? Cosa significano quelle immagini? Guardò un altro specchio: in questo lei reggeva un lungo coltello. Era tutta sporca di sangue, il volto deformato da un ghigno malefico. Nascose il volto tra le ginocchia.

Cosa ci faceva lì? Chi l'aveva portata lì? [...] Sentì un tonfo e guardò lo specchio che era davanti a lei. Oltre lo specchio si apriva una stanza: questa era spoglia, illuminata da delle torce fissate ai muri di pietra. In fondo alla stanza c'era una porta di legno. Ad un tratto la porta si aprì, ed una rossa figura entrò nella stanza, richiudendosi la porta alle spalle. Era solo un puntino, ma si stava avvicinando. [...]

La sagoma rossa era a pochi passi dallo specchio ora, riusciva a distinguerne la sagoma. Era una donna. Indossava un abito rosso [...] : era la sua copia esatta. La donna raggiunse lo specchio e si fermò: la stava osservando. Poteva forse vederla?

“Tu mi vedi?” chiese in un sussurro. La donna vestita di rosso fece un cenno con la testa.

“Chi sei?” [...]. La donna [...] indicò con le mani se stessa, poi con i palmi indicò qualcosa che si trovava davanti a lei, ed in fine la indicò.

“Tu sei solo la mia immagine riflessa, per questo non puoi parlarmi.”

La donna rispose di si con la testa.[...] La donna le fece segno di avvicinarsi, ma lei aveva paura.

“Ho paura.” Le disse. La donna vestita di rosso la guardò triste, [...] poi la donna in rosso poggiò la mano sullo specchio. La mano superò il vetro, la donna si spostò in avanti fino a sporgere la testa oltre lo specchio, quindi passò completamente. La guardò a bocca aperta mentre si avvicinava a lei. Il suo sorriso era dolce, le porse la mano. [...]


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